domenica 21 giugno 2015

oggi è la festa del papà.

nel giorno della festa del papà metto qui un ricordo di mio padre - che è stato davvero un padre speciale e adesso sta al piano di sopra - tratto dal mio libro
Le Stagioni della Lattaia. (p.s. quest'anno cade il 25ennale della sua molto prematura scomparsa)



Ancora due o tre cose sull'Americano....
era mio padre.



Da piccolo ho sempre pensato che mio padre fosse l’uomo più forte del mondo.  Forse l’idea non è proprio la più originale, dato che, probabilmente, tutti i figli, da piccoli, pensano lo stesso dei loro padri. Lui però aveva davvero un fisico roccioso. Pareva una statua scolpita in un blocco di granito. Vigeland[1] ne ho visto centinaia, plasmate come lui. Conservo una sua fotografia fatta al mare. E’ l’emblema di quanto vado dicendo. Era giovane - avrà avuto neanche trent’anni - e un autentico atleta. Sostiene mio zio a cavalcioni sulle spalle, e due amici con la sola forza delle braccia e delle gambe piantate saldamente nella sabbia. Sorride. Appare divertito. Per nulla affaticato dallo sforzo - che pure doveva essere immane. Mio padre è morto già da quasi vent'anni – mi sembra ieri. Se n’è andato quando tutti avevamo ancora bisogno di lui. Ce l’ha portato via un cancro allo stomaco. Causa del decesso: Adenocarcinoma Gastrico. L’unica malattia che temeva davvero. Tutte le altre le avrebbe prese a calci nel culo. Quella no. Di quella aveva veramente paura. Si era convinto che anche sua madre - mia nonna - ne fosse morta. E anche lei prematuramente. Lui stava già cominciando a morire. Ma nessuno di noi s’è accorto ch’era gravemente ammalato. Neanche il dottore incapace al quale si era rivolto fiducioso - voleva curarlo col Ranidil?! - che per vedergli dentro lo stomaco gli ha cacciato dieci volte un tubo nero in gola. Solo lui presagiva la fine del viaggio. Ricordo - chi potrà mai dimenticarlo - l’ultimo sguardo rivolto dalla strada, verso casa, in alto, prima di salire in macchina, il giorno che partì per il S. Eugenio. Era avvilito, sapeva che non sarebbe più tornato. Era una luminosa mattina di giugno, ma una notte buia gli era già calata addosso. La sua fine improvvisa a tutti è sembrata una beffa. Proprio l’organo che permette agli uomini di sopravvivere, dentro di lui si è rifiutato di funzionare ancora. Come impazzito, l’ha ucciso. Quel male è ferocemente subdolo. Ti attacca da dentro, silenzioso e invisibile. Ti consuma inesorabile, mentre continui a fare tutto normalmente. Spesso non ti accorgi d’averlo se non quando è troppo tardi. Allora ho capito veramente come siano fragili gli uomini, anche quelli che sembrano forti. Come siamo fragili. Reclamando dall’uomo distratto che stava di guardia il permesso d’entrare da solo nella stanza fredda, ho voluto salutare mio padre per l’ultima volta. Siamo stati insieme per lunghi minuti, ma entrambi eravamo soli. Lui impietrito, avvolto in lenzuolo bianco; io senza parole, raccolto in una preghiera muta, il viso segnato dalle ultime lacrime che avevo da versare. Ma, come per un miracolo, il suo volto non era più sofferente. Papà sembrava guarito - restituito per sempre all’espressione serena di sempre. Quella che nelle eterne settimane precedenti avevo dimenticato. Ho avuto l’audacia di scoprire il suo corpo. Era nudo sotto il sudario. L’ho osservato per interminabili momenti. Ho letto, cucita nelle sue carni, una lunga inutile ferita - testimone della scienza impotente che s’arrende al mistero insopportabile della Vita e della Morte. E’ stata la prova più dura di tutta la mia vita. Sembra mostruoso, ma può essere lecito, scoprirsi a pregare perché una persona che ami non viva più, sofferente, ma si spenga al più presto. Oggi, quando mi capita d’entrare nella chiesa deserta percepisco ancora gli echi del necrologio commosso del suo collega più caro - interrotto dai frequenti singhiozzi degli altri. Uscendo, avverto lontano il crepitio sordo dell’ultimo applauso al passaggio della bara portata a spalla dai suoi amici più fedeli - mentre sulla piazza cala, come un velo pesante, immateriale e dolente, il fiacco rintocco della campana a martello dei morti.  Le attività di mio padre hanno contribuito a farne un punto di riferimento nella comunità del paese - per l’istruzione, la cultura e la ricreazione. Gli hanno meritato la considerazione unanime d’eccellente e moderno insegnante. Oltre che di campione impareggiabile nell’organizzazione del tempo libero - in particolare del calcio. In paese è considerato l’eroe eponimo del pallone. Al pallone ha legato indissolubilmente il suo nome. Allenava i giovani per farne calciatori, ma in realtà il suo vero disegno era più ambizioso: cercava di formare uomini. Amava anche il pugilato. Quando l’incontro era nobile arte, eleganza e strategia veloce - una danza,  un balletto. Non massacro violento. E gli piaceva la caccia. Quella ecologica, se ne esistesse una. Rispettava profondamente la natura e gli animali, e interpretava l’attività venatoria senza accanimento. Era capace di stare fuori un’intera giornata, dall’alba al tramonto, attrezzato di tutto punto, il fucile carico sempre in spalla, la sicura innestata, senza sparare un solo colpo. Non riteneva un fallimento il rientro a casa, dopo una battuta, senza aver ucciso bestiole indifese. Un carniere che restava mestamente vuoto non lo innervosiva. Sembrava invece un evento in grado di procurargli una sensazione di piacevole serenità. Quando era in quello stato gli leggevi negli occhi un benessere quasi euforico.
   Mio padre è ricordato in paese per l’innata capacità di motivare i giovani e avviarli alla piena autocoscienza. Era abile ad intuire le inclinazioni degli allievi - anche le più nascoste - sapendole indirizzare sapientemente, e senza soperchierie, verso un corretto sviluppo delle attitudini e della personalità. Queste doti non comuni hanno contribuito in modo decisivo al coinvolgimento di generazioni intere ed alla buona riuscita delle sue occupazioni professionali e sociali. Gli hanno fatto guadagnare la stima e la gratitudine degli allievi, ma soprattutto dei loro genitori, che vedevano in lui un ulteriore, insperato supporto per l’educazione dei figli.
   Mio padre aveva una personalità forte. Era una persona concreta, determinata, in possesso di un carattere schietto e leale, a volte spigoloso, esigente, con parametri di valutazione rigidi. Ma prima di imporli agli altri, aveva provveduto a comandarli a se stesso. In genere gli adolescenti crescendo tendono a sviluppare un rapporto conflittuale coi genitori. Provano un senso d’avversione, li rifiutano, hanno propensione a escluderli dalle loro vite. Come se ne vergognassero. A me non è mai successo con mio padre. Lui era il mio vanto. Una parte fondante della mia esistenza - fin quando c’è stato. E, attraverso i suoi preziosi insegnamenti, anche dopo. Era una di quelle persone, ormai rare, che sceglieva anche di essere impopolare, se serviva a far prevalere la verità. Diceva sempre quello che andava detto, non quello che gli conveniva di più dire; sceglieva sempre di fare quello che andava fatto, non quello che gli conveniva di più fare. Sapeva bene che un tale comportamento intransigente non gli avrebbe procurato certo vantaggi - piuttosto qualche problema. Ma lui prendeva sempre una parte. Era una delle rare persone che ho stimato e ammirato. E che avrei stimato e ammirato molto, anche se non fosse stato mio padre. E se non avessi mille altre ragioni, me ne basterebbe una sola: l’ho visto spendere la sua intera vita per predicare, in ogni occasione utile, ma senza un filo di retorica la correttezza, l’onestà, la sincerità. A giudicare dai risultati ottenuti il suo è stato un lungo inesaudito soliloquio.
   Mio padre ha cercato d’insegnarmi la bellezza e la straordinarietà della vita; ma anche la complessità e la difficoltà del vivere quotidiano. Forse inconsapevolmente mi ha anche educato al piacere; molto meno al dovere. E, chissà, che per questo motivo in debba essergli grato, ancora di più.  Mi metteva costantemente in guardia sugli ostacoli che ognuno incontra se decide di vivere la sua vita pienamente; se si dispone ad assecondare la propria libertà di spirito; stabilisce di esercitare il  libero arbitrio. Non mi ha mai consigliato altrimenti, non ha mai tentato di persuadermi, o costringermi, a vivere la mia vita in maniera diversa.
   Mi ha lasciato in eredità la sua alopecia, ma anche la sua fierezza e la sua personale filosofia di vita - essenziale e sincera. A quella mi sono ispirato, costantemente. Cercando, nel contempo di costruirmene una che fosse solo mia.
   In passato mi è stata preziosa. Lo è ancora di più in un’epoca di valori ignorati, quando non oltraggiati. Sono perfettamente cosciente di non avere le sue qualità, e anche consapevole delle differenze che ci distinguono. Angustiato dall’intimo convincimento - che a volte si fa certezza - di non poterlo eguagliare, non mi resta che custodire gelosamente l’orgoglio di essere suo figlio. 



[1]  Parco alla periferia di Oslo. Prende il nome dall’architetto-scultore che lo progettò.

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