venerdì 20 luglio 2012

Il pranzo delle feste nei favolosi anni '60.

Estratto dalla piccola storia n.6 Giovanni il contadino vero.




Solo dopo aver accudito l'animale Giovanni rientrava a casa - dove avrebbe provveduto finalmente a se stesso. La moglie Maria, sempre premurosa, badava a rifocillarlo. E quando non era impegnata ad atterrirci coi suoi racconti di popenari e ianare# scodellava, per lui e per i figli e per me, quantità industriali di minestre calde, energetiche e saporite. Chi se lo scorda più il suo riso nel brodo di strutto. Raramente, succedeva in genere al pranzo della Domenica o di qualche festa di precetto, cucinava i maccheroni - candele di pasta lunghe un metro spezzate a mano - col ragù di polpette e il pollo arrosto - rigorosamente ruspante - con le patate. Serviva in tavola il pollo intero, in modo che il capofamiglia, come da tradizione, potesse tranciarlo, tagliarlo in pezzi, e servire a ciascun commensale la sua porzione. Che stupenda tradizione! Ora si è persa, per colpa del tempo che non abbiamo più, dei sofficini, dei quattrosaltiinpadella, e degli altri cibi pronti, precotti e surgelati. Peccato! Perché quel gesto semplice ricordava tutta la sacralità contenuta nell’atto antico del sacerdote che divide e spartisce la carne del sacrificio di Cristo. Allora, invece che sui fornelli a gas, si cucinava direttamente sul fuoco, e per intere giornate - spesso anche d’estate. Gli intensi effluvi, che si sprigionavano dai tegami di coccio, sostenuti dal treppiedi di ferro battuto o accostati ai carboni roventi a borbottare per intere giornate, invadendo la scalinata, finivano per raggiungere casa mia. Quegli aromi genuini e familiari - oggi fatalmente scomparsi - costituivano, per me, un richiamo irresistibile. Davvero non potevo fare a meno d'invitarmi. Con appena qualche cautela, ma senza soverchie esitazioni, mi accostavo alla sua tavola. A ripensarci ora dovevo essere davvero indiscreto. Ma nonostante le mie pesanti intrusioni, anche se lo avesse pensato, mai - nemmeno una mezza volta - Giovanni lo aveva detto apertamente, o anche solo fatto intuire. Nelle rare occasioni in cui la trovavo chiusa, la chiave infilata nella toppa dall’esterno mi consentiva ugualmente d’entrare a casa sua - in ogni momento. Quando invece era aperta - e la sua porta era sempre aperta - lui riconosceva immediatamente la mia piccola sagoma, appena spuntava sulla soglia di casa. Anche attraverso la cortina di gommini colorati, quasi trasparenti, che teneva appesi a piombo sull’uscio, che staccavamo di nascosto per farci gli scubidoo. Oltre al vaporizzatore a pompa del Ddt, erano l’unico rimedio possibile contro l’invadenza delle mosche. Così, dal sedile che occupava di fronte al focolare, Giovanni m’invitava con cortesia a prendere posto a tavola proprio accanto a lui. Senza perdersi mai in cerimonie, fingendo piuttosto d’irritarsi se abbozzavo la mia abituale, timida resistenza d’occasione, mi accoglieva sempre come se anch’io fossi suo figlio. Anzi, come fossi il suo figlio prediletto.

2 commenti:

  1. Che meravigliosa scoperta è stato questo tuo blog, Salvatore!
    E che tuffo in un passato, in cui non ero presente che tante volte mi è stato raccontatato...

    Grazie di cuore!
    Ciao,
    Lara

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    1. Grazie! A proposito di tuffi nel passato credo che apprezzeresti molto la mia raccolta di racconti.

      https://www.facebook.com/pages/LE-STAGIONI-DELLA-LATTAIA/274556919224608

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