martedì 5 giugno 2012

Appunti sparsi dopo la visione del film: SUSSURRI E GRIDA.


Se qualcuno volesse “avvicinarsi” alla corretta visione di uno dei massimi capolavori di Ingmar Bergman, ma anche di uno dei massimi capolavori della cinematografia mondiale, e per riuscire in questo suo obiettivo cercasse uno spunto, una frase-guida, un indizio, un buon viatico, una indicazione di sorta per una perfetta ed esaustiva lettura e comprensione del film, dovrebbe sicuramente tenere presente, anzi nella massima attenzione e considerazione, ciò che lo stesso regista disse a proposito di “Sussurri e grida” e scrisse nel suo libro-diario "Immagini":
...”Tutti i miei film possono essere pensati in bianco e nero, eccetto “Sussurri e grida” ....ho sempre immaginato il colore rosso come l'interno dell'anima. Quando ero bambino, vedevo l'anima come un drago di color azzurro-fumo che svolazzava come un'ombra, munito di potenti ali, una creatura per metà uccello e per metà pesce. Ma all'interno il drago era tutto rosso”.

E' vero, come è vero, che, pur essendo “Sussurri e grida”, un film “difficile” (leggi: complesso) per le molteplici e profonde implicazioni culturali e psicoanalitiche, lo spettatore per riuscire a penetrarne la più intima essenza non deve fare altro che dare ascolto ai semplici suggerimenti che, durante tutto il corso della visione, gli deriveranno solo dai sussulti della sua anima.
Giovanni Grazzini, veterano della critica cinematografica italiana, nel suo “Gli anni settanta in cento film”, scrive:
Per sentire “Sussurri e grida” basta fornirsi di occhi limpidi e trepido cuore”.

Trama

Assistita dalle sue due sorelle Karin (Ingrid Thulin) e Maria (Liv Ullman) e da una governante Anna (Kari Sylvan), Agnes (Harriet Anderson) è ammalata di cancro, e ne morirà, in una villa alla periferia di Stoccolma.
Tessuto, anzi ricamato, con sapienza, pazienza e rigore visivo, rispettando uno schema simmetrico, quasi matematico: quattro interpreti femminili contro quattro interpreti maschili; tra le quattro donne, due forti (la malata e la serva) contro altre due deboli (le due sorelle di Agnes).
Bergman, alterna nel montaggio sapiente, brevi, ma significativi, flash-back.
Come quando, ad esempio in una delle scene iniziali si dipinge sullo schermo un ricordo di Agnes, immagini che si riferiscono alla sua infanzia, alla madre:
"Penso sempre alla mamma – recita la voce di Agnes fuoricampo – quasi ogni giorno, anche se è morta da anni”.
Il film si chiude con le immagini suggestive di un ultimo flash-back, nel quale si vedono le tre sorelle vestite completamente di bianco che passeggiano su un prato verde, ridendo e conversando fra loro.

Memorabile riflessione sul dolore fisico e psichico, sulla malattia mortale, sulla paura, sulla pietà umana intesa nel senso classico di “Pietas”, sull'ambigua capacità di soffrire delle donne.

La fotografia, di altissimo livello, è di Sven Nykvist, abituale collaboratore del regista.

Interpreti sono quattro donne, ciascuna, a suo modo, straordinaria:
Agnes, la malata morente, interpretata da Harriet Andersson (la moribonda);
Anna, la cameriera-infermiera, Kari Sylwan (la servizievole);
Karin, una sorella di Agnes, Ingrid Thulin (la più forte);
Maria, l'altra sorella di Agnes, e madre di Maria, nei flash-back, Liv Ullmann (la più bella).

"Quando quattro attrici dalle possibilità illiminate si trovano insieme, possono scaturire rischiose collisioni di sentimenti. Ma le ragazze erano gentili, leali e pronte a collaborare. Inoltre, e soprattutto, colme di talento. In verità non avevo nessun motivo di lamentarmi. E non mi lamentai".
(dal libro- diario: "Immagini" di I.Bergman)

Le quattro attrici-donne sono accompagnate da quattro attori-uomini, modesti, con ruoli secondari, se non addirittura negativi:
Il Pastore Isak, interpretato da Anders Ek;
David, il dottore, Erland Josephson;
Joakim, Henning Moritzen;
Fredrik, Georg Årlin.

Ingmar Bergman, al massimo delle sue capacità espressive, ispirandosi al teatro intimista di Strindbergh, realizza una delle sue opere più potenti e drammatiche, innalzandosi sulla più alta e “mostruosa sapienza di stile” .
(da “Gli anni settanta in cento film”, di G.Grazzini, Laterza ed.).

Film, come lui stesso dice, .....”ispirato in un lungo attacco di malinconia”...."per la seconda volta durante la mia vita, i giornalisti avevano cominciato a sostenere che la mia carriera era conclusa. Stranamente tutta questa indifferenza, taciuta o espressa, non aveva su di me alcun effetto. Girammo il film in un atmosfera di fiducia e di allegria" (da "Lanterna magica").
Il film fu girato nel “Palazzo Taxinge-Näsby”, a Mariefred, una villa abbandonata nei dintorni di Stoccolma, dal 7 Settembre al 29 Ottobre 1971.

Come al solito, per tutti o quasi tutti i film di Bergman, anche al centro di questo film c'è la figura di Dio.
Dio aleggia su tutto il film, per tutto il film.
In una specie di panteismo (Dio è in tutto: tutto è Dio) non solo verbale ma anche reale, fino ad una delle ultime scene.
Fino a quando, cioè, Il pastore Isak che recita l'orazione funebre in onore di Agnes, prega, rivolgendosi alla morta, ma nel chiaro tentativo di innalzarsi fino all'Altissimo, di giungere fino al cospetto di Dio:
"Implora il Signore che ci liberi dalle nostre angosce e debolezze, dai nostri dubbi più profondi. Pregalo di dare un senso alla nostra vita".

Ma, nonostante la presenza incombente di Dio, i veri protagonisti del film, stavolta, ma copme sempre, del resto, sono gli esseri umani.
Divisi nei due diversi generi sessuali: femminile e maschile.
Ma, mentre le donne appaiono forti, determinate, valorose, rocciose, in netta contrapposizione, e con forte connotazione negativa con le loro qualità, si pongono i difetti dei maschi, quasi tutti codardi, reticenti, profittatori, materialisti.
Proprio questo singolare aspetto, questa distinzione manichea tra buone e cattivi, ha fatto gridare, da parte di qualche critico, ad una palese ed ingiustificata misantropia del Maestro.
Francois Truffaut scrisse a tale proposito:“Fino ad oggi i film sono stati fatti da uomini per gli uomini. Ingmar Bergman è forse il primo ad aver affrontato certi segreti del cuore femminile”.
E con quali risultati!

Come pure qualche critico sembrò scandalizzarsi della plateale presa di posizione di Bergman in favore delle classi meno agiate, personificate nel film dalla cameriera Anna, il personaggio sicuramente migliore, dal punto di vista umano.
Limpido e adamantino esempio vivente di fede in Dio.
La stessa donna che in una delle scene iniziali del film si ritira nella sua camera e prega Dio, e nonostante lui, quattro anni prima, abbia chiamata a se prematuramente sua figlia, lo ringrazia per la sua saggezza e le raccomanda l'anima della sua bambina piccola:
Grazie, mio Dio, per avermi concesso di svegliarmi sana e serena dopo una notte trascorsa in un sonno profondo sotto la tua benevola protezione. Ti prego oggi qui come ogni giorno di far custodire e difendere dai tuoi angeli la mia bambina che nella tua insondabile saggezza hai voluto chiamare al tuo fianco”.

Ma i protagonisti del film sono anche i corpi umani e, soprattutto la carne e i muscoli e i nervi e le ossa di cui essi sono fatti.Carne come corruzione del corpo, attraverso l'incedere della malattia mortale; o corpo e carne intesi come calore umano che il corpo umano irradia, soprattutto, attraverso il profondo, materiale rapporto fisico che si instaura tra la fantesca Anna e la malata Agnes.
Rapporto suggellato dall'abbraccio michelangiolesco che Bergman costruisce in una delle scene più suggestive e formalmente meglio riuscite di tutto il film.
Rapporto sottolineato, anche in una scena precedente, dallo splendido appunto letto da Anna dal diario di Agnes malata di cancro e morente:
"Il regalo più bello è la solidarietà, il calore umano, l'affetto. Credo che la gioia sia proprio questa”.
Ma anche dalla semplice, eloquente, efficace, splendida battuta recitata da Agnes malata di cancro e morente:
"Sento di dover essere grata alla vita, che mi dà tanto”.

Non la stessa profondita, non lo stesso potere dirompente, hanno le parole quando a proferirle sono i maschi.
E, anche se l'affermazione estetica vorrebbe sottendere, forse, un timido tentativo di introspezione psicologica, suonano quasi irritanti all'orecchio dello spettatore, le seguenti parole.
David, il dottore parla con Karin, una delle tre sorelle:
Sai da dove ti vengono le rughe? Dalla tua indifferenza. E questa lieve curva che va dall'orecchio alla punta del mento non è nitida come un tempo. Questo significa che sei superficiale e indolente. E lì alla radice del naso ora c'è troppo sarcasmo, c'è troppo scherno. E sotto i tuoi occhi inquieti mille rughe impietose, secche, quasi inavvertibili di noia e di impazienza”.
E ancora il dottore a Karin, poco dopo, ma nella stessa sequenza:
"Vieni quì, guardati allo specchio. Sei bella, sei forse anche più bella che allora, ma tanto cambiata”.

Musica e suono.

Come e più che in qualsiasi altro film di Bergman il suono, anzi i suoni, e la musica giocano in “Sussurri e grida” un ruolo importantissimo, fondante.
Il suono è quello quasi impercettibile dei corpi, il frusciare degli abiti e della biancheria; i rintocchi degli orologi da parete o l'oscilare ininterrotto e regolare dei pendoli che scandiscono l'avanzare del tempo; o, ancora, i rantoli, i pianti, i rumori della sofferenza, i singhiozzi, i sussurri e le grida che contrappuntano alcune scene topiche.
Oppure, ancora, quello dei brani musicali, razionati quasi centellinati.
I brani musicali, veri e propri, ascoltati nel corso del film sono solo due:
il primo, la Mazurka in La minore op.17 n.4 di Chopin, eseguito al pianoforte da Kabi Laretei, quarta moglie di Bergman, messa sotto contratto addirittura dalla moglie in carica, Ingrid van Rosen;
il secondo, la Sarabanda dalla Suite in do minore n.5 di Bach, eseguita dal violoncellista Pierre Fourneur.
Molto particolari sono pure i momenti nei quali Bergman fa uso dei due commenti musicali:
un'armonia perduta e poi ritrovata” nel ritrovato rapporto di Agnes con la madre;
e il rapporto di ritrovata comunicativa tra le due sorelle Agnes ed Anna.

In chiusura del film, prima dei titoli di coda, una didascalia, anch'essa molto eloquente, del Profeta Geremia:
“Quando le grida e i sospiri saranno passati”.

"Ogni flash-back inizia e termina con dissolvenze rosse ...fino a giungere alla dissolvenza viola che introduce all'ultima parte del film. Le dissolvenze rosse, quella bianca e quella viola hanno semanticità assai diverse dalle dissolvenze normali. Il segno si fa simbolo"
(Guido Aristarco, "Sussurri e grida")

Infine una curiosità,raccontata dallo stesso Bergman nel suo libro-diario "Immagini":
 Il titolo fu preso in prestito da un critico musicale che, nella recensione di un quartetto d'archi di Mozart, scrisse che era...."come sussurri e grida".

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