martedì 6 giugno 2017

Un mio personale ricordo di Roberto Tortora.





Il mio personale ricordo di Roberto Tortora.





   Io e Roberto, per una buona porzione della nostra vita, siamo stati solo cortesi conoscenti, non amici. Ci conoscevamo bene, però, perché lui era un compagno di classe di mia moglie Patrizia e ci eravamo conosciuti personalmente proprio nei primi anni del loro Ginnasio, intorno alla fine degli anni '70. Avevamo continuato a vederci solo saltuariamente. Magari incontrandoci e salutandoci in occasione di qualche festa di compleanno di amici comuni di Formia che avevamo conservato proprio dagli anni del Liceo che anch'io avevo frequentato, qualche anno prima di loro. Le nostre strade si erano poi divise per via del diverso indirizzo di studi: io e Patrizia frequentavamo la Facoltà di Giurisprudenza all'Università La Sapienza di Roma; Roberto aveva prima scelto di immatricolarsi alla Facoltà di Architettura poi, preferendo seguire una sua passione innata per la letteratura, si era deciso a cambiare facoltà, iscrivendosi a Lettere, ma all'Università di Napoli. E questo è pure l'unico motivo per cui non ci siamo più rivisti fino agli anni '90. C'incontrammo un pomeriggio, casualmente, tra gli scaffali di un grande magazzino dove, io e mia moglie, e lui e la moglie, eravamo andati per qualche piccola spesa. I nostri incontri, in verità, erano sempre molto cordiali - devo dire - ma di una cordialità poco più che formale, benché ripetuti quasi annualmente; una volta al cinema, una volta lungo Via Vitruvio, un'altra volta nel negozio per i neonati. Ma quegli incontri non sono mai sfociati in una promessa di frequentazione né - da parte di entrambi - nella conclamazione di una vera amicizia. Per mia moglie il discorso era diverso. Loro due erano stati compagni di classe, ed essere compagni di classe è come fare il militare assieme: è un'esperienza che ti lega per tutta la vita. Le nostre strade erano però destinate a incrociarsi e quei rapporti poco più che formali ad intensificarsi e a rendersi più profondi proprio grazie alla nostra passione per la letteratura e all'amore comune per i libri e per la lettura. Nel 2010 ebbi finalmente la prima vera concreta occasione per invitarlo alla mia rubrica estiva di presentazione di libri e di scrittori: "Incontro con l'Autore" che, da qualche anno, curo e conduco in collaborazione stretta con l'Assessorato alla Cultura del Comune di Coreno. Avevo da poco appreso, dall'ultimo numero de "La Serra" - il periodico di vita corenese diretto dal compianto (anche lui) Tonino Lisi - della presentazione della bellissima raccolta di racconti di Roberto "Quattro quadri per una spiaggia d'inverno", appena pubblicata per i tipi del lungimirante quanto capace editore pugliese Manni. 

Risultati immagini per quattro quadri per una spiaggia d'inverno

Pensai bene, quindi, d'invitare proprio Roberto Tortora alla mia rubrica. Devo dire che, sebbene conoscessi il professore per una persona che non s'infiamma troppo facilmente, sempre misurato e ponderato nelle reazioni, e schivo, quella volta mi sembrò palesemente entusiasta del mio invito, come se non se lo aspettasse; come se, per un eccesso di modestia, lo ritenesse esagerato, non commisurato al suo reale valore. Doveva avere di sé stesso una scarsa stima: ma io, che in seguito ho imparato a conoscerlo bene, sono portato a credere che fosse solo questione di vera sobrietà. Era modesto come poche persone che ho conosciuto. Sobrio come solo le grandi persone sanno essere. A dire il vero e a volerla dire tutta, ero io che avevo temuto un suo diniego; avevo temuto di essermi sopravvalutato e di aver puntato troppo in alto; di aver chiesto troppo ad un giovane autore emergente e già apprezzato e pluri-pubblicato critico letterario. Si dà il fatto che Roberto, quella estate, approdò a Coreno, nella Villa Comunale, dove trovò ad attenderlo una nutrita platea di bibliofili, tutti i suoi allievi ed ex-affezionati allievi dell'ITC di Formia, me - naturalmente -, il preside Nilo Cardillo che parlò di “scrittore vero, letteratura vera, libro vero”, e il mio amico e severo critico letterario, il prof. Dante Cerilli, anch'egli molto conosciuto nell'ambiente ed anch'egli entusiasta del suo libro. Mi confessò, solo molto tempo dopo, che non avrebbe mai accettato di presentarlo se non gli fosse piaciuto veramente e non avesse valutato convenientemente il pregevole valore artistico dell'opera. Anche tra loro due si strinse un'amicizia sincera, piena di significato e alimentata dai comuni intenti e dalla comune passione. Fu resa solo non facilmente praticabile dalla lunga distanza geografica che li separava e dal tempo che non c'è mai. Ricordo che quando comunicai a Dante della morte prematura di Roberto, fu costernato. A stento riuscì a trattenere la sua sincera, viscerale commozione, mi attaccò quasi il telefono in faccia oppure gli cadde dalle mani, forse aveva preferito restare da solo a versare le sue lacrime in onore e in memoria di un collega del quale, in futuro, avrebbe certamente sentito parlare e in modo assai lusinghiero. E del quale non aveva mancato di intuire la gentilezza e qualche afflizione di troppo, dovuta ad un genuino eccesso di sensibilità. L'occasione per "farmi ricambiare - da Roberto - il favore" che gli avevo reso quell'estate, venne l'anno dopo, quando si trattò di cercare un relatore per la presentazione del mio primo libro: "Le stagioni della Lattaia", la mia prima raccolta di racconti pubblicata nel 2011. Anche in questo frangente Roberto, al quale la semplicità non faceva difetto - lo sapevo bene e lo avevo apprezzato anche per questo - sembrò stupito che io chiedessi proprio a lui, e non ad altri critici, un contributo alla nostra causa comune, ma accettò sopraffatto dall'entusiasmo e animato da un grande, visibile, sincero senso di riconoscenza nei miei riguardi e nei riguardi dell'Amministrazione di Coreno che lo aveva apprezzato e, quindi, accolto con grande affetto e la reverenza che valeva. Immeritata per me; meritata per gli amministratori. La recensione del mio libro fu talmente piacevole e lusinghiera che ebbi quella sera stessa l'idea di pubblicarne a mia cura il testo integrale; fin da subito, fin da quella esaltante serata, assunsi con me stesso l'impegno a sbobinarla e a pubblicarla. In concomitanza col primo anniversario della sua dipartita, sono riuscito a realizzare quello che per me e, soprattutto, per la memoria di Roberto consideravo un vero punto d'onore. Ho pubblicato il libro col titolo: “Il critico Roberto Tortora legge Le Stagioni della Lattaia”


Non ho mai pensato, anzi l'idea è sempre stata accantonata con decisione, che questa pubblicazione dovesse aiutarmi a vendere qualche copia in più del mio libro; piuttosto che dovesse renderlo più comprensibile; ed ho sinceramente pensato di dovere rendere questo mio piccolo ma significativo omaggio, non all'amico e nemmeno allo scrittore, ma all'uomo e, soprattutto, all'autorevole critico letterario che Roberto era e che ancora di più sarebbe diventato con la piena maturità dei suoi mezzi. E giungiamo, infine, alla parte più tremenda della breve cronistoria del mio sodalizio con Roberto. Eravamo ormai giunti al marzo del 2013. Si trattava per me di cercare, ancora una volta, l'ospite per la mia rubrica estiva, ed avevo pensato subito di chiedere a Roberto l'ennesimo sacrificio; da poco era uscito il suo primo, tanto atteso, romanzo ed era stato presentato con grande successo, ma non senza qualche inopportuno ed inutile strascico polemico, solo a Formia (Hormiae), la sua città natale. Perciò cercai di raggiungere telefonicamente Roberto al recapito che ormai conoscevo bene, per averlo più volte adoperato in passato. Lo feci ripetutamente, per giorni; giorno dopo giorno, ma sempre senza ottenere risposta, né sua né dei suoi famigliari. Solo dopo i miei numerosi, ripetuti tentativi, che in qualche modo mi allarmarono anche, per avere finalmente sue notizie certe, mi decisi a telefonare a un amico comune, l'avvocato Michele Piccolino, scrittore e critico letterario anche lui. Il buon Michele mi rispose con tono drammatico e triste che, non solo Roberto non sarebbe stato disponibile per la presentazione del suo libro (solo per inciso, considera "Tutta la luce del giorno" un vero capolavoro); ma che, probabilmente, non sarebbe sopravvissuto fino all'estate, per godersi il meritato successo. 

Risultati immagini per tutta la luce del giorno

La sua malattia era così grave, inarrestabile e - ahimé! - inesorabile. Ecco perché a casa del mio amico nessuno aveva mai alzato la cornetta, nessuno aveva mai risposto al telefono: da un po' di tempo non c'era nessuno; la casa era rimasta praticamente disabitata: Roberto era da qualche settimana ricoverato all'ospedale di Latina, i suoi cari al suo capezzale, ai piedi di quello che sarebbe diventato il suo letto di morte. Lui sottoposto a cure poco più che palliative: la sua malattia letale e subdola lo avrebbe condotto alla morte entro appena qualche settimana. Dopo la sua morte ho letto il suo romanzo e ribadisco il giudizio che ne diede l'amico Piccolino: è un capolavoro, che consiglio a tutti di leggere e che accresce, moltiplicandolo a dismisura, il dispiacere per la perdita di un grande scrittore. Di un vero, sopraffino narratore. Roberto Tortora, per ironia della sorte, ci ha lasciato proprio il giorno del mio compleanno: il 6 giugno del 2013. Trasformando così una mia bella e personale ricorrenza in una data infausta e funesta. Ma proprio questa spiacevolissima, tristissima coincidenza, insieme ad una stima umana e artistica che in cuor mio ho sempre sperato essere profonda ma, soprattutto, reciproca, ha finito per legare per sempre e indissolubilmente al mio destino, l'ultimo tratto del suo percorso terreno. Lo ha fatto nel modo migliore per l'uomo: con un ricordo delicato, caro e sempre vivo, che mi porto appresso e che custodisco gelosamente "...come se fosse una coppa di latte appena munto che non si vuole versare. E (quella memoria) sarà per me un conforto, qualcosa in cui credere." Fin quando sarò vivo!

smr

venerdì 19 maggio 2017

Zia Natalina se n'è andata. R.I.P.

Zia Natalina se n'è andata. Era quasi centenaria, aveva 95 anni. Era una anziana zia di mio padre. Ha rappresentato anche un pezzo di storia della mia vita. Sono molti i ricordi che mi legano a questa donna buona e altruista che ha animato una buona parte della mia vita. Quando andava a pranzo da lei la domenica; quando veniva a trovarmi al negozio per comprare qualche regalino destinato sempre agli altri e mai a se; quando mi incontrava per strada da piccolo e mi dava una caramella, un confetto, una noce che portava sempre in tasca.
Ho scelto di pubblicare questo breve ma significativo estratto dal mio libro "Storie dal paese dei ciclamini", che si riferisce alla morte di uno dei miei nonni. Nonno Salvatore. Quello raffigurato in copertina.


"Ci eravamo sistemati quasi da un anno nella nostra nuova casa a Valiavetta, quando mio nonno morì. In realtà non morì subito, mia madre lo trovò con la faccia tutta storta e la bava alla bocca, nel suo letto, nella sua stanza. Non si era alzato alla solita ora perché colpito da un ictus cerebri, un colpo apoplettico che gli avrebbe lasciato poche ore di vita, come sentenziò il nuovo medico Vittorio, amico di mio padre. Lo avevamo portato all'ospedale di Formia, di corsa con 27 la 127 appartenuta a zio Peppino, l'ex-sindaco, morto l'anno prima, che mi aveva appena regalato proprio mio nonno per farsi scarrozzare. Ma io preferivo di gran lunga scarrozzarci le mie numerose ragazze. Il rimorso non si fece attendere e mi accompagnò per molto tempo. Nonnù era sopravvissuto ancora un paio di giorni, ma si vedeva che non ce l'avrebbe fatta. Era già un miracolo se avesse resistito per qualche ora. Una mattina presto stavo lì, nella sua stanzetta, seduto sul letto accanto vuoto, a seguire i suoi rantoli, a contare i suoi lenti, rumorosi, affannosi respiri. Avevo da poco dato il cambio a mio padre, ch'era restato per la notte. Con me c'era solo Zia Natalina, sua cognata, che corre sempre quando qualcuno della famiglia sta male: è la donna più buona e disinteressata che esista. In quei due lunghissimi giorni di permanenza e di agonia in ospedale, il suo cuore era stato spesso fibrillante, come ebbe modo di dirmi il mio amico medico Raimengia A un certo punto, mio nonno, poveretto, aveva semplicemente cessato di respirare ed era morto. Come se qualcuno, improvvisamente, avesse tolto la spina. E' stata la prima persona che ho visto morire. Aveva 75 anni, era il 1980."

smr

martedì 9 maggio 2017

9 maggio 1978: stessa data per due omicidi.

Il 9 maggio del 1978 furono assassinati due personaggi di cui avremmo avuto ancora bisogno in questa ...Itaglia di merda. 
Scusate l'espressione oxofordiana.
Uno era Aldo Moro Presidente della DC (quella buona), l'altro Peppino Impastato.
Entrambi furono vittime di due grandi ...cancri tutti italiani: le BR e la mafia.
Oggi ci teniamo Berlusconi e Santanchè; Salvini e Alfano; Razzi e Renzi.
In compagnia di molti altri che fanno leggi come quella, l'ultima sulla Legittima Difesa
Questi non li ucciderà nessuno. Fanno troppo comodo. Fa troppo comodo la loro inettitudine.
Peggio, ancora la loro collusione.
E, Forse, non li ucciderà nemmeno il Padreterno. 
Del resto che se ne farebbe di loro in paradiso?

sabato 15 aprile 2017

Ingmar Bergman, Gesù Cristo e la Passione



   Ingmar Bergman era talmente incuriosito e appassionato dalla figura di Gesù Cristo che aveva da tempo deciso di girare un film su di lui a Faro, la sua isola, ma era rammaricato dal fatto che diverse circostanze glielo avevano sempre impedito e racconta il suo disappunto nella sua autobiografiaLa buona occasione, ad ogni modo, sembrava, finalmente, essersi materializzata quando giunse a casa sua una folta delegazione di dirigenti della RAITV che gli si era rivolta per attribuirgli formalmente l'incarico di preparare la sceneggiatura per una Vita e Passione di Gesù Cristo. Pagarono anche anticipatamente il suo lavoro: la bella somma, per l'epoca, di 30.000 dollari.
Bergman si mise subito all'opera e forte della educazione religiosa forzosamente ricevuta dal padre, pastore protestante, e di una solida conoscenza biblica raggiunta attraverso approfondite ricerche e studi sulla figura storica del Cristo, fu in grado in pochi giorni di spiegare il suo personalissimo e originalissimo progetto.

Risposi con un piano dettagliato delle ultime quarantotto ore della vita del Salvatore. Ogni episodio era incentrato su uno dei personaggi del dramma... Dissi che volevo girare il film a Faro. Le mura di Visby sarebbero state quelle intorno a Gerusalemme. Il mare che bagna i raukar sarebbe diventato il lago di Genezareth. Sulla collina pietrosa di Langhammars volevo erigere la croce.

Probabilmente il progetto del Maestro fu giudicato troppo innovativo e originale, per come era stato esposto loro, lontano da quello che forse si aspettavano di sentirsi raccontare, oppure troppo avulso dalla scenografia dei luoghi tradizionali della vita del Cristo.

Gli italiani lessero, rifletterono e arretrarono impalliditi. Pagarono generosamente e affidarono l'incarico a Franco Zeffirelli: ne risultò una vita e morte di Gesù come in un bel libro illustrato, una vera e propria biblia pauperum.

In un colpo solo la RAI-TV ottenne diversi risultati, non tutti e non proprio lusinghieri, purtroppo. Con la loro visione provinciale delle cose  e dell'arte rimediarono una bruttissima figura con uno dei cineasti più grandi di tutti i tempi; ottennero la madre di tutte le Passioni di Cristo, che ancora si rappresentano (ahimè!) in tutta Italia; rinunciarono probabilmente a festeggiare l'ennesimo capolavoro a firma di Ingmar Bergman, che sarebbe stato almeno alla pari, se non addirittura superiore al Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, senza alcun dubbio la migliore trasposizione delle ultime ore di Gesù mai realizzata per il cinema.
Insomma, grazie alla lungimiranza dei dirigenti RAI, oggi la cultura mondiale celebra una biblia pauperum in più e un capolavoro in meno.

smr

mercoledì 12 aprile 2017

il giocoliere




Era da tanto che non vedevo esibirsi dal vivo un artista di strada. Devo essere sincero, mi aspettavo d’incontrarlo a Santarcangelo, la patria del Festival internazionale del teatro in piazza e anche degli artisti di strada. Come se aspettasse anche lui l’incontro l’anonimo giocoliere arriva quasi all’improvviso, sbuca da un vicolo, proviene da non so dove e appare nella strada centrale. Sta in sella a una specie di sidecar improvvisato: una vecchia bici - al posto della moto - che posteggia lesto dietro di lui, dalla quale stacca un carrettino - al posto del carrello del passeggero - che mette un poco più avanti, appena dietro al suo palcoscenico ideale. Sopra c’è un’enorme sacca di tela, sopra la sacca sta seduto comodamente il cane. Suppongo contenga le poche cose che gli servono per il suo povero spettacolo. Così è. Il corso, pure se centrale, appare quasi deserto nel sonnacchioso primo pomeriggio di un sabato freddo e uggioso di metà febbraio. Lui e il suo cane; noi della nostra piccola comitiva e qualche paesano che non ha nulla da fare e sfida il freddo e il gelicidio. Dalla sacca logora dietro di lui, comincia a pescare qualcosa: tre o quattro clave da far volteggiare in aria; mazzi di torce, sciolte una ad una, oppure legate fra loro a gruppi di tre, da far volteggiare solo dopo che gli ha dato fuoco. Per questo tira fuori un paio di bottiglie di vetro col tappo a molla e la guarnizione arancione. Piene di gasolio o di un 40 altro liquido infiammabile puzzolente. Qualche immancabile accendino di plastica e il resto dell’armamentario che serve per il suo povero spettacolo. Da quale vita fugge quel giovane uomo? Chi è e da dove viene questo signore un po’ malmesso che nel mezzo dell’esibizione chiede un applauso e quando finisce solo qualche monetina? Non ha freddo in maniche di camicia coperto da un pantalone di stoffa sottile e un paio di scarpe da tennis sfondate ai piedi? Dove ha mangiato, se lo ha fatto, oggi a pranzo? Tutte domande e altre ancora che in pochi attimi si affastellano nella mia testa e che resteranno senza risposta, mentre, cercando di non farmi notare, rubo un fotogramma della sua vita e proseguo il mio giro. Ogni tanto ripenso allo spettacolo dell’artista di strada: non posso farci niente a me quel pensiero fa una tristezza infinita.


martedì 11 aprile 2017

C'era una volta il... vespasiano.

Nessuno, tra quelli che vi si sono imbattuti anche solo una volta, può aver dimenticato quell'orribile prefabbricato di cemento, che stava di fronte al bar di Zio Fiore. A suo modo era pure originale. Un grosso parallelepipedo, cavo all'interno, sormontato da un tetto piatto e sottile, con gli spigoli arrotondati. Ancora oggi, a distanza di anni, se dovessi indicare l'effluvio che, dall'infanzia, ricordo più intensamente - e con meno rimpianto - di sicuro citerei, non senza un iniziale imbarazzo, quell'olezzo acre e pungente di urina che proveniva insistente dal vespasiano. I ragazzini più alti, incuranti dei miasmi di cui era impregnato e che si diffondevano intorno, riuscivano perfino a farne un posto di gioco: si aggrappavano alle pareti e si lasciavano dondolare, lanciandosi con un colpo di reni, e atterravano poco più in la, sulle punte dei piedi. Quell'orinatoio era stato sistemato con arguzia, quasi strategicamente, di fronte al bar, sull'altro lato della strada. Li separava solo il viale. Per raggiungerlo percorrevi, dal bar, uno dei primi attraversamenti pedonali che ricordo in paese. Insomma era abbastanza vicino per i passi malfermi dei bevitori di professione. Quelli che ne avevano bisogno lo raggiungevano veloci, quasi con una punta di vergogna e scomparivano presto dietro i pannelli maleodoranti. Specialmente il sabato sera si assisteva a una curiosa processione, una lenta diaspora, un piccolo continuo esodo, di individui silenziosi dalle vesciche gonfie. Attraversavano la strada con espressione dolente e avvilita. Un giorno, qualcuno, da qualche parte, aveva deciso 86 che il vespasiano doveva scomparire. Come per eliminare una vergogna. E un bel giorno al nostro risveglio non lo trovammo. Al suo posto c'era una piazzola di cemento fresco ben levigato. L'abituale prospettiva del viale verso la piazza non esisteva più. Io provai una strana sensazione di spaesamento. Intendiamoci, mica lo rimpiansi. Come si fa rimpiangere un vespasiano. Tuttavia la sua assenza era irrimediabile. Era come se il paesaggio fosse stato stravolto, anzi, impoverito.

domenica 19 marzo 2017

In memoria di mio padre.

Ho reclamato, dall’uomo distratto che stava di guardia,
il permesso di entrare da solo,
nella stanza fredda.
Ho voluto salutare mio padre,
per l’ultima volta.
Siamo stati insieme per lunghi minuti,
ma entrambi eravamo soli.
Lui impietrito,
avvolto in lenzuolo bianco;
io senza parole,
raccolto in una preghiera muta,
il viso segnato dalle ultime lacrime che avevo da versare.
Come per un miracolo,
il suo volto non era più sofferente.
Papà sembrava guarito,
restituito per sempre all’espressione serena di sempre.
Quella che nelle eterne settimane precedenti avevo dimenticato.
Ho avuto l’audacia di scoprire il suo corpo.
Era nudo,
sotto il sudario.
L’ho osservato per interminabili momenti.
Ho letto, cucita nelle sue carni, una lunga inutile ferita,
testimone della scienza impotente,
che s’arrende al mistero insopportabile della Vita e della Morte.
E’ stata la prova più dura di tutta la mia vita.
Sembra mostruoso,
ma può essere lecito,
scoprirsi a pregare perché una persona che ami non viva più,
sofferente,
ma si spenga al più presto.
Oggi,
quando mi capita d’entrare nella chiesa deserta,
percepisco ancora gli echi del necrologio commosso del suo collega più caro,
interrotto dai frequenti singhiozzi degli altri.
Uscendo,
avverto lontano il crepitio sordo dell’ultimo applauso,
al passaggio della bara,
portata a spalla dai suoi amici più fedeli,
mentre sulla piazza cala,
come un velo pesante,
immateriale e dolente,
il fiacco rintocco della campana a martello dei morti.


domenica 25 dicembre 2016

Dai Seviri a ...Formigoni.

    A proposito della questione degli attuali politici credo sia utile tornare all'epoca aurea dei Seviri che avanzavano la loro candidatura al Sevirato versando una "summa honerosa" attestante la loro capacità economica: in buona sostanza dovevano comprare, pagandolo di tasca propria, l'onore di poter ricoprire una carica pubblica amministrativa. Bei tempi! Tra le tante mansioni dei "Seviri Augustales" c'era l'obbligo di offrire, a loro spese, ogni anno, un sacrificio, distribuendo incenso e vino a tutti gli abitanti del Municipio. Carica onerosa, quindi, quella dei Seviri, a cui si cercava di sfuggire, ma che col tempo venne, addirittura, rafforzata, aumentandone il costo. Gli antichi romani, duemila anni fa, avevano già trovato l'antidoto alla corruzione.


Buon Natale dal ...tessitore.

 


   Esistono delle persone che non vogliono far estinguere i ricordi dei tempi passati; non vogliono far dimenticare certi ricordi salienti della loro comunità. Quelle persone sono i tessitori. Io mi ritengo un tessitore, nella accezione più positiva e utile del termine. Mi ostino a voler raccontare il mio paese, i suoi abitanti, le persone che conoscevo, quelle che avevano qualcosa da riferire; qualcosa che valesse la pena di tramandare. Nella lunga storia dell'umanità il racconto delle piccole storie di alcune persone reca in se una forma di commento, perché molte storie di persone si commentano da sole; si commentano da sole, solo raccontandole. Si fonda su questa pietra d'angolo, costituita dai ricordi, il lavoro dei tessitori, di coloro, cioè, che intrecciano le trame perdute; ricostruiscono la memoria comune e riavvolgono i fili del nostro passato. La perdita dei ricordi, del passato, della memoria, delle tradizioni è malattia della nostra epoca e allora serve a questo il faticoso lavoro di chi cerca di recuperare quello che si è perso: sfidare l’oblio rinverdendo i ricordi. Ma quelle persone sono anche ...tessitori di sogni, perché con passione e coraggio proiettano il meglio del passato su un mondo futuro migliore. La damnatio memoriae era l'uso di scalpellare l'incisione (epigrafe) nel punto in cui compariva il nome del condannato (nel caso di un suo comportamento scorretto), lasciando inalterato il resto del testo. Le mie storie sono l'esatto contrario, funzionano alla rovescia: condannano i protagonisti ad essere ricordati attraverso la narrazione delle loro gesta. La epigrafe è un testo solenne, normalmente breve, inciso su una lastra di materiale non deperibile, di norma: marmo, pietra o (meno frequentemente) metallo. Le mie storie non sono testi solenni ma sono normalmente brevi, come epigrafi, e in esse tento di mettere nella giusta luce brandelli di vite delle persone che ho conosciuto. Anche questa raccolta di racconti, infatti, è stata resa possibile dalle persone e dalle loro vite (normali, in molti casi; straordinarie, in alcuni); dalle loro esperienze di vita (normali, in molti casi; strane, in alcuni), dagli aneddoti a loro legati, dai racconti: raccolti personalmente da me o riportati da altri testimoni. Dalla quantità di queste informazioni è possibile ricostruire un modo di vivere, anzi, 6 un modo di intendere la vita che, probabilmente, non esiste più; che è scomparso e che non è più possibile riesumare, se non attraverso la narrazione, le parole scritte, in una parola, i racconti. Non possiamo sapere chi siamo se non sappiamo cosa eravamo, cosa siamo stati. Noi eravamo polvere e polvere torneremo ad essere. L'unica cosa che potrà sopravviverci è la memoria, il ricordo di noi. Alla memoria collettiva che si nutre dei nostri ricordi è dedicata questa raccolta. L'anima è la memoria che lasciamo. Un'altra piccola peculiarità dei racconti di vita è che essi costituiscono esempi di moralità; anzi, essi sono dei veri e propri racconti morali, intesi nel senso francese del termine moraliste, come in Francia, appunto, viene considerato colui che ha qualcosa da dire, qualcosa da raccontare, quindi, qualcosa da insegnare. Da vivo e anche da morto!

(dal mio libro Cronache dal piccolo borgo della pietra millenaria.)

sabato 4 giugno 2016

Nino Manfredi, una eccellenza ciociara.

Metto qui un brano dal mio libro "Storie dal paese dei ciclamini", in cui ricordo la visita privata (che diventò pubblica) fatta negli anni '70 da Nino Manfredi al mio paese. L'occasione è la data della sua morte: 4 giugno 2004 a Roma.


Una volta, al mio paese, è venuto Nino Manfredi. Era, se non ricordo male, la metà degli anni '70. Nino Manfredi aveva da poco fatto costruire la sua villetta a Scauri, affacciata sulla celeberrima Spiaggia dei Sassolini. Un posto che io conoscevo bene, perché mio padre ogni estate ci portava al mare a Scauri, prendeva un ombrellone per quindici giorni al Lido Delizia e qualche volta, deviando dal consueto tragitto sull'Appia, ci portava a vedere questa spiaggetta deliziosa, fatta tutta di sassolini e resti di conchiglie, ben nascosta dietro a Monte d'Oro. Negli anni '60, Nino Manfredi, in cerca di un buen retiro in riva al mare, l'aveva trovata e se n'era innamorato subito. La Spiaggia, poi, fu immortalata nel film "Per grazia ricevuta" (vincitore del premio per l'opera prima a Cannes, nel 1971) dello stesso Manfredi, e nello sceneggiato "Il conte di Montecristo" con Gerard Depardieu e Ornella Muti. Altre scene dello stesso film vennero girate in una bellissima villa di Via del Golfo, nella zona di Scauri vecchia. Nino Manfredi aveva deciso che proprio sulla Spiaggia dei Sassolini, il posto più esclusivo di Scauri, sarebbe sorta la sua villa. Oggi quel posto ricade nel territorio del Parco Nazionale della Riviera d'Ulisse e non sarebbe possibile ottenere nemmeno l'autorizzazione per l'installazione di una cuccia per cani. Ma quella era l'epoca della cementificazione selvaggia a Minturno e un sindaco democristiano più che compiacente, anzi, lusingato all'idea di ospitare il famoso attore nel territorio del suo comune, facendo uno strappo alle norme edilizie del PRG (in realtà non so se Scauri ne abbia mai avuto uno), gli aveva fatto avere facilmente e rapidamente la tanto agognata concessione edilizia (che, peraltro, non si negava a nessuno ne facesse richiesta, figuriamoci a Manfredi). L'artista lo aveva ripagato facendosi vedere ogni tanto a braccetto con lui, sul lungomare della cittadina tirrenica a fargli un po' di pubblicità con la sua popolarità e a ricambiare il simpatico gesto accettando anche di ricevere la cittadinanza onoraria d'ordinanza. Ad essere onesti fino in fondo bisogna dire che quella casa, oltre a regalare i famosi tramonti mozzafiato sul mare davanti a Monte d'Oro cari, qualche migliaio di anni fa, anche al princeps senatus Marco Emilio Scauro, che diede il suo nome alla cittadina, regalò più di qualche grattacapo al suo legittimo proprietario. Successe quando, qualche decennio fa, egli confessò candidamente ad un giornale locale di essere stato costretto a rivolgersi a un piccolo boss locale della camorra per far cessare la rumorosa attività notturna di un giovane pescatore di frodo, che quasi ogni notte andava a far esplodere le sue bombe nelle acque di fronte alla villa, disturbando ovviamente i sonni dell'attore. Insorse immediatamente, tuonando strali contro di lui il titolare della parrocchia di S. Albina di Scauri, il mio compaesano Don Simone di Vito, additando come pessimo esempio il comportamento equivoco e quanto meno improvvido dell'inconsapevole Nino Manfredi. Sempre a Scauri, ma dall'altro lato della riviera, a sud, verso Napoli, nei pressi di Monte d'Argento, aveva la sua casetta di legno da pesca, meno pretenziosa e con affaccio sulle acque salmastre della foce del Garigliano, Zì Petrucciu 'e scafaritthu, un mio compaesano, ricco imprenditore del marmo. L'aveva fatta costruire per ospitarci gli attrezzi per la pesca ma, soprattutto, per piazzarci una bilancia nuova fiammante: con la quale pescava per il suo esclusivo fabbisogno personale, d'estate, quasi ogni giorno, al ritorno dalla consueta supervisione nelle sue cave. Pietro Parente era un gourmet: amava il pesce appena pescato, la falanghina fresca, la convivialità e tutta la buona tavola. Non so come avesse conosciuto Nino Manfredi, ma non doveva essere stato così difficile. Secondo me era successo, presumibilmente, durante una delle loro scorribande nei numerosi ristoranti locali, alla spasmodica ricerca del pesce fresco del Tirreno, di cui, entrambi erano ghiotti. E così un bel giorno aveva addirittura invitato il famoso attore al suo casotto sul fiume. E qualche tempo dopo aveva pensato bene di invitarlo in visita privata al suo paese, per fargli vedere la sua principesca dimora nuova, strategicamente piazzata proprio al centro del paese e - perché no! - per alimentare un po la sua popolarità presso i compaesani e il suo personale ego, entrambe cose che non fanno mai male a nessuno. Nino Manfredi era un tipo ruspante, che di fronte a un bagno di folla e a un pranzo luculliano non si tirava mai indietro, e venne di buon grado a Coreno Ausonio: l'ultimo paese (in senso geografico e non solo) della "sua" Ciociaria. E si! Perché, forse non tutti lo sanno, ma anche Nino Manfredi, uno dei più grandi e noti attori italiani di sempre è ciociaro, essendo nato a una cinquantina di chilometri più a nord di Coreno Ausonio, esattamente a Castro dei Volsci. Tra le montagne di Ceprano e Amaseno. Per la verità - mi sia consentito di aprire una succosa parentesi - la provincia di Frosinone e la Ciociaria hanno dato i natali ad altri due mostri sacri del cinema italiano: a Sora è nato il grande regista ed attore Vittorio De Sica e a Fontana Liri l'altro grandissimo attore Marcello Mastroianni. E non è finita qui, perché a Frosinone, nel capoluogo, è nato un altro grande del cinema italiano: Carlo Ludovico Bragaglia, precursore, negli anni venti, del grande cinema muto italiano; mentre da due cittadini di Cervaro nacque, in America, Anthony Minghella, morto prematuramente e autore del grande The english patient, vincitore di ben nove premi Oscar. Insomma, la Ciociaria (o Alta Terra di Lavoro) ha dato un bel contributo pesante al nostro grande cinema nazionale. Chiudo la parentesi. E fu così che Nino Manfredi, rispondendo ad un gentile invito del caro amico Pietro Parente, in un tiepido pomeriggio di primavera, venne a Coreno, partendo da Scauri o da Castro dei Volsci - non so - e, percorrendo un bel tratto della Cassino-Mare, la nuova SS 630, appena finita ed inaugurata. Naturalmente tra gli abitanti del paese si era da giorni sparsa la voce dell'arrivo del regista e indimenticabile interprete del film Per grazia ricevuta, fresco reduce dal Festival di Cannes, girato al paese del collega ed amico Marcello Mastroianni, che tanto somiglia a Coreno Ausonio e agli altri 91 centri della provincia ciociara. Inutile dire che quella che doveva essere una visita strettamente privata, per l'arrivo in paese di uno dei personaggi più noti e polari di tutta la nazione, si era ben presto e quasi spontaneamente trasformata in una visita pubblica se non ufficiale. Quando l'attore col suo autista arrivarono a Coreno, facendosi faticosamente largo tra due ali di folla che stazionavano da ore lungo tutto il Viale della Libertà, dal camposanto fino a Piazza Umberto, parcheggiarono la Fiat 1100 all'interno del distributore dell'Agip, grigio e rosso, nuovo di zecca. Sceso dall'auto, il grande Manfredi, fu accolto dal caloroso fraterno abbraccio di Pietro Parente e dalle urla inneggianti dei suoi euforici concittadini. Inutile dire che quella che doveva essere una breve e veloce passeggiata di qualche decina di metri, fino alla casa dell'imprenditore, finì per durare qualche ora. Chi si offriva di ospitare Manfredi in casa sua, anche solo per un centesimo di secondo; chi gli offriva da gustare un caffè caldo caldo appena uscito o un bicchiere di vino locale appena imbottigliato; chi gli chiedeva l'autografo e chi invece pretendeva in omaggio una foto di scena con qualche attrice famosa e formosa, magari pure autografata. Prima di poter arrivare a casa del suo anfitrione ed imboccare il maestoso portale di marmo, Nino Manfredi fu costretto a stringere qualche migliaio di mani, praticamente quelle di tutti i cittadini corenesi; baciare sulle guance qualche decina di bambini piccoli appena nati, offerti dalle loro giovani madri; invitato, anzi strattonato, a posare per centinaia di foto ricordo, compresa quella, in cui sta col parroco Don Peppino La Valle, che illustra la mia storia; a raccontare qualche gustoso, ma anche pruriginoso, aneddoto sullo sfavillante mondo della celluloide, in lungo e in largo frequentato. Da quei lontani anni '70, se si esclude l'ospitata di qualche cantante o gruppo rock più o meno di moda o di un personaggio politico di levatura nazionale, democristiano o comunista, nessun altra persona famosa, nessun'altra stella del cinema è più venuta a turbare la sonnacchiosa quiete montana del mio paese. A meno che l'evento non mi sia sfuggito. Ma penso di poterlo escludere. Degli interpreti principali di quello spettacolare pomeriggio, Pietro Parente è morto, qualche decina di anni fa, dopo aver impersonato, per gentile 43 concessione del suo amico attore e per il suo perfetto phisique du rhole la parte del capostazione, con tanto di cappello, mustacchi e fischietto, nel film Cafè Express diretto da Nanni Loy. Nino Manfredi ha continuato, anche saltuariamente, a frequentare la sua villa con affaccio sulla Spiaggia dei Sassolini e le scene dorate del cinema, fino alla sua morte, avvenuta qualche anno fa, nel 2004, a Roma. Don Peppino La Valle è morto anche lui. Gli sopravvivono, oltre alle fotografie, qualche libro di storia stampato postumo e un sacco di aneddoti, anche non proprio edificanti, diciamo pure compromettenti. E, purtroppo, sono morte anche una buona parte delle comparse strepitanti che quel giorno parteciparono alla storica kermesse. A me è piaciuto solo ricordare, a qualche sparuto lettore, un evento curioso ed irripetibile della nostra storia recente, altrimenti assai povera. 


lunedì 7 marzo 2016

Dedicata alle donne (ma soprattutto alla mia donna).

DEDICATA ALLE DONNE.


MILLE VOLTE GRAZIE.

Grazie, per la sigaretta tenuta in quel modo.
Grazie, per le gambe accavallate.
Grazie, per i capelli sciolti e quella mano che li sposta.
Grazie, per gli sguardi regalati da sconosciuta
e anche per gli sguardi non ricambiati,
ma solo con gli occhi non ricambiati...
Grazie, per il levi’s a pelle che indossi e per quella gonna a fiori troppo poco indossata.
Grazie, per la scia di odori che lasci quando passi.
Grazie, per quella minigonna in primavera sul motorino.
Grazie, per quell’intelligenza tanto pronta e così avanti.
Grazie, per i sorrisi fatti di punti e parentesi.
Grazie, per la dolcezza come lingua universale.
Grazie, per i post-it coi fiorellini e i cuoricini.
Grazie, per il periodo premestruale, che ci permette di accudirti.
(A te piace tanto.)
Grazie, per il colore degli occhi, qualunque esso sia.Grazie, per la sicurezza ostentata e per la timidezza celata e per la voglia di arrivare e per la capacità di troncare ed essere sicura.
Grazie, per la tua voglia di essere mamma.
Grazie per i tuoi “quanto è carino”...“ma in fondo è un cretino."Grazie, per le pieghe della stoffa sul tuo corpo.
Da quello indoviniamo quanto sei bella.
Grazie, per il rimmel di troppo quando piangi.
Grazie, perchè sei diversa da noi. Sennò, sai che noia sarebbe!
Grazie, perchè ogni tanto ci fai capire quanto siamo stupidi.
Grazie, per quelle lacrime sempre appese alle ciglia.
Grazie, per quello che pensi e che non dici e anche per quello che dici e che non pensi. Perché la discrezione è tutto, ma la riservi solo per quando serve.
Grazie, per come balli. E per come sopporti la nostra imbranataggine nel ballo.Grazie, perché sei sempre mamma e non sempre amante.
Grazie, perchè sei amante (ogni tanto) e non sempre mamma.
Grazie, per quegli appunti perfetti.
Grazie, per quella grafia sempre così tonda.
Grazie, perché stai cambiando e grazie anche perchè non cambi troppo.
Grazie, per come sei, quando sei come sei.
Grazie, perché non sempre ti capiamo.
Grazie, per le tue mani e per le tue unghie curate. (Che ogni tanto ci fai assaggiare nella carne)
Grazie, perché la guardi negli occhi, quella tua cara amica, e vi siete già capite.
Grazie, per l’entusiasmo ai matrimoni; per come ami la nonna; per i tuoi giorni no, o così e così.
Grazie, per i tuoi dolori.
Grazie, per il mistero e per il pizzo nero.
Grazie, per come scrivi.
Grazie, perché ci sei, quando ti chiedo aiuto.
Grazie, per come godi.
Grazie, per i chili di troppo che non sono mai troppi.
Grazie, perché ti basta essere.
Grazie, perché ci sarai sempre, anche se non ci sarai mai.
Grazie, per le tue confessioni, anche se ci fanno tanto male.
Grazie, per le immagini che trovi.
Grazie, per il tuo tutto. Grazie, per il tuo niente.
Grazie mille ...a tutte le donne.

E la vostra giornata non sia una volta l'anno, ma ogni giorno.

domenica 28 febbraio 2016

La prefazione di Massimo Roscia al mio libro.



Metto qui la prefazione, eccellente e molto poetica, che l'amico Massimo Roscia*
ha voluto gentilmente regalarmi per il mio volume: 
"Compendio di Antichi Giochi e Passatempi Dimenticati".


Prefazione di Massimo Roscia 

 "Un cerchio di ferro rotola sobbalzando lungo il polveroso e sconnesso viottolo di campagna. Lo seguono un ramo biforcuto e due gambe fanciullesche, coperte di lividi e polvere, che non conoscono stanchezza. Al di là del fosso, lungo il quale scorre un’acqua limpidissima che si insinua tra abbracci di ranuncoli dai fusti striscianti e i petali dorati, compaiono altre due gambette. Sono piantate al centro del prato, conficcate al suolo come avidissime radici. Salde e divaricate, sorreggono il gracile busto in torsione dell’uomo che sarà. Il cerchio tracciato nell’erba è un cerchio magico che delimita il bene e si alimenta dei sorrisi e delle urla festanti dei bambini che stanno esercitando il loro irrinunciabile diritto al gioco. Proprio al centro di questo anello di gioia, una lippa volteggia a mezz’aria, viene colpita con forza e precisione dal bastone e scaraventata lontano, oltre le robinie, oltre i tetti rossastri delle case, oltre la valle, oltre le nuvole, oltre i confini del mondo conosciuto. Le voci si spezzano come bocconi di pane e si trasformano in monosillabiche espressioni di stupore; le mani ancora rosee e paffute si levano al cielo e salutano il colpo perfetto. È tardi, ma il sole non è ancora tramontato. C’è ancora tempo per una corsa fino al vecchio mulino, un nascondino tra i vicoli ombreggiati o una battaglia con le cerbottane, le fionde e i fucili a elastico. L’estate volge al termine e si inchina all’autunno. Mentre gli ultimi frutti avvizziscono sui rami e il vento fa frusciare gli steli con le sue calde carezze, le bambine giocano a campana e saltano la corda. Uno, due, tre, cento, mille saltelli sconfiggono il tempo. E la felicità diventa eterna. Salvatore M. Ruggiero, recuperando, codificando e 8 condividendo la memoria orale che narra di antichi giochi e passatempi, è riuscito a distillare quegli attimi e a catturare quella felicità. Lo ha fatto superando la mera rievocazione nostalgica e leggendo/rileggendo la storia della nostra terra attraverso gli occhi di un bambino; occhi enormi, avidi, curiosi, sognanti, puri; occhi luminosi come biglie di vetro; occhi ricolmi di amore; occhi che non sanno mentire; occhi semplici e generosi che ci restituiscono il vero senso della vita." 


(*Massimo Roscia è nato a Roma nel 1970 - qualcuno sostiene nel 1870. Scrittore, critico enogastronomico, docente, condirettore editoriale del periodico “Il Turismo Culturale”. Autore di romanzi, saggi, ricerche, guide e vincitore di diversi premi letterari, ha esordito nel 2006 con “Uno strano morso ovvero sulla fagoterapia e altre ossessioni per il cibo”. L’originale noir sul rapporto cibo nevrosi ha ottenuto in pochi mesi un grande successo di pubblico e di critica. Da qualche anno insegna comunicazione, tecniche di scrittura emozionale, editing, letteratura gastronomica e marketing territoriale. Nei minuti liberi continua a scarabocchiare e a chiedersi cosa fare da grande.)



Voglio ricordare agli amici che ne desiderassero una copia che il libro è in vendita (come tutti i miei libri) sul sito del mio editore on-line Lulu.com, all'interno della mia Vetrina-Autore, della quale metto qui il link. 

http://www.lulu.com/spotlight/salvatoredotruggiero57atgmaildotcom

N.B. Del volume esistono due versioni: una con fotografie e disegni a colori al costo di 32.00 euro e un'altra con foto e disegni in b&n in vendita a 14.00 euro.

sabato 9 gennaio 2016

Non maltrattare gli anziani.




"Quarant'anni fa la morte di un vecchio era peggio della morte di un bambino, di un giovane o una persona di mezza età: la morte di un vecchio era una vera tragedia comunitaria; era la fine di una lunga storia di vita; era come veder abbattuta una vecchia quercia o un ulivo secolare; era come veder crollare un monumento antico o un palazzo nobiliare per un terremoto disastroso; come vedere distrutto un pezzo d'arte prezioso o un'insostituibile porzione della società. Perché i vecchi erano tenuti in altissima considerazione: per l'aiuto che avrebbero potuto ancora dare in consigli, per i loro ricordi, per la memoria dei fatti, delle storie antiche, dei posti, delle persone. E non solo dalla loro famiglia, ma dall'intera società. Oggi quando muore un vecchio sembra che ci siamo tolti un problema, un peso, un impiccio, un dente cariato. E, per giunta, non avremo più badanti per casa che parlano lingue strane: altro sollievo! "Tanto era vecchio!" si dice e di lui, ne la famiglia ne la società, rimpiangeranno niente. Nemmeno la pensione,
intascata intera dalla ingombrante e indiscreta badante rumena."


dal mio libro: Storie dal paese dei ciclamini.



martedì 5 gennaio 2016

I fagioli cotti sul fuoco.



Un cugino di nonna Peppa, o un nipote, non ho capito bene, porta da Castelforte dei fagioli molto buoni e quasi miracolosi. Li produce in piccole quantità un contadino che poi li rivende come al mercato nero. Non sono molto grandi, hanno una buccia sottile e tenera e una polpa molto saporita: sono digeribilissimi. Non fanno aria nello stomaco: questo è il loro pregio più grande e li rende diversi da tutti gli altri fagioli. Nonna Peppa, che ha quasi cent'anni o giù di lì, li cucina vicino al fuoco del suo caminetto di mattoni rossi. All'occorrenza lo accende anche d'estate. “Guai - dice - cuocere i fagioli sul gas. Non sarebbero così buoni.” Per essere buoni, i fagioli, devono sapere quasi di affumicato, che prendono solo a ridosso dei carboni di legno di quercia, arroventati dalla fiamma. E devono cuocere lentamente. “Devono borbottare - dice lei - come a Zi Peppucciu.” Nonna Peppa mette l'acqua piovana filtrata in un coccio che si chiama pignatta, poi la riempie di fagioli spugnati dalla sera prima nella stessa acqua, aggiunge una costa di sedano, l'aglio schiacciato tra i palmi delle mani, che prende dall'orto che coltiva lei stessa dietro casa, e l'olio nostrano delle colline corenesi, che ricava dalla spremitura a freddo delle olive che ancora raccoglie lei a mano, oliva dopo oliva, accovacciata per ore per terra. Li lascia bollire lentamente per qualche ora coperti con un coperchio di stagno. Quasi li dimentica. Solo ogni tanto aggiunge un po’ d'acqua, se l'acqua di cottura si secca troppo. Quando sono cotti bene li toglie dal fuoco e, ancora tiepidi, li mette nei vasetti di vetro, che tappa bene, solo dopo aver aggiunto un po’ d'olio crudo e un po’ di prezzemolo fresco. Poi li distribuisce tra i tanti nipoti e pronipoti ghiottoni che ha disseminati in ogni angolo del paese. L'unica ricompensa che aspetta, ogni volta e che, ogni volta, immancabilmente riceve, è la certezza che tutti hanno gradito il suo piatto. E tutti si chiedono quando sarà la prossima volta che nonna Peppa cucinerà ancora quel piatto antico, semplice e gustoso. Se lo porterà dietro con lei, quando se ne andrà dal mondo dei vivi.

venerdì 25 dicembre 2015

Pranzo di Natale al ristorante Le Cannardizie. Una piacevole novità.

Pranzo di Natale a Le Cannardizie. Una piacevole novità.

Quest'anno io e mia moglie abbiamo deciso di consumare il tradizionale pranzo di Natale fuori casa, al ristorante. La scelta non poteva che cadere sul più rinomato ristorante di Atina: Le Cannardizie, dell'amica Patrizia Patina e dell'altro socio patron, lo chef Bastianelli. Dovevo colmare una grave lacuna eno-gastronomica che si protraeva da troppo tempo. Lo avevo promesso a me stesso, da tempo. Il nome, poi, è tutto un programma. Anche nel mio dialetto significa "cannarutizie", che in italiano significa ghiottonerie.



Attraversando la fitta coltre di nebbia che copre la Valle del Basso Liri, anche a mezzogiorno, e dalla quale non mi lascio intimidire, raggiungo Atina. E vengo premiato dalla vista del centro storico e da una meravigliosa mattinata di sole.



Una rapida sosta per ammirare la splendida piazza Garibaldi, assolata e luminosa, e ci infiliamo svelti nella Stretta della Posterula che conduce all'ingresso del ristorante.


I titolari hanno scelto una sede molto prestigiosa: la Cantina Visocchi, un vero e proprio museo contenente attrezzi enologici  d'epoca ottocentesca. La Cantina fu fondata e gestita da Pasquale Visocchi, un geniale agronomo al quale si deve la introduzione dei vitigni francesi in Val di Comino, dove sono ancora alla base del celeberrimo Cabernet di Atina, Doc dal 1999. 
All'interno, ad attenderci, troviamo in bella vista tutti i prodotti di CiociariaExpò, il sito on-line tramite il quale è possibile acquistare i prodotti tipici della provincia di Frosinone, un servizio ideato e creato da Patrizia appositamente per tutti coloro che volessero gustare o regalare le golosità ciociare. Ci accoglie caldamente una ragazza spigliata alla quale chiedo della mia amica Patrizia e che mi risponde sorridendo: "io sono la figlia, qualora non si notasse." Allude, ovviamente, ad una spiccata somiglianza che di primo acchito mi era sfuggita. E' evidente che le mie qualità di fisionomista, con la vecchiaia incipiente, cominciano a fare cilecca. Patrizia ci raggiunge subito e ci saluta calorosamente. Come sempre. Ci accompagna al tavolo. Un tavolo da otto per quattro persone. Noto subito che lo spazio occupato dai tavoli è minimo e c'è ampio spazio fra una tavolata e l'altra. Patrizia mi spiega che la sua intenzione non era di gestire una mensa aziendale ma un ristorante dove i clienti venissero accuditi e coccolati e avessero anche il loro spazio "abitabile". Un locale dove i clienti fossero pienamente soddisfatti e non rimpinzati come oche da foi gras. E subito capisco pure che pranzare nel caldo e accogliente locale sarà, praticamente, come pranzare a casa mia.
Ci accomodiamo e stabiliamo il menù con Patrizia, scegliendo di assaggiare praticamente tutte le portate. Cominciamo con un antipastino di pizze fritte, asciutte e ancora calde, e una scelta di tre formaggi locali: pecorino, ricottina e scamorzina. Il palato comincia a sciogliersi e a produrre saliva. Giustamente!
Proseguiamo con un bel piatto colorato di un verde intenso, verde come i prati della Val di Comino: tagliolini alla cicorietta fresca di campo adagiati su un letto di spuma di pecorino di Picinisco, a due passi; un abbondante piatto di gnocchi di patate con funghi porcini e una robusta porzione di lasagne alla ciociara.
Approfittando della presenza a tavola dei bambini, che non sono due gourmand, assaggio tutto.
Il bello è che, alla fine, se fossi costretto, non saprei quale piatto scegliere. Essendo i tre piatti tutti ottimi e di mio pieno gradimento.
Intanto degusto con grande piacere una coppa di vino bianco locale.
Alle Cannardizie, i titolari, entrambi esperti sommeliers, hanno scelto di trattare e di servire solo vini laziali, anche al bicchiere, che si accompagnano egregiamente ai piatti confezionati, tutti ancorati saldamente alla tradizione gastronomica del territorio della Bassa Ciociaria o Alta Terra di Lavoro.
Nel caso specifico, Patrizia mi consiglia un bel brand di chardonnay e sauvignon blac, il Bianco La Creta delle Cantine Iucci di Sant'Elia, a un tiro di schioppo da Atina. Un vino fruttato, con un gran bel bouquet, fresco, fragrante, con una buona persistenza. Un gran vino locale da 13,5°.
Capisco e approvo appieno la scelta dei patron.
I secondi sono sontuosi. Vitello arrosto al vino bianco, capretto arrosto con patate e steccata di Morolo alla piastra con tartufo nero. Anche questi piatti li ho assaggiati tutti e anche tra questi, se fossi costretto, non saprei quale scegliere: ben preparati, cucinati, contornati e ... ben innaffiati.
Potendo ordinare il vino al bicchiere ho scelto di abbinare al mio secondo un Cabernet di Atina Doc di Palombo. Anche questo un gran bel vino: caldo, rotondo, con profumi e sentori di frutti selvatici a bacca rossa, molto grasso e persistente.
Di contorno scegliamo una delicata insalata di misticanza, ben condita solo con sale e olio evo locale e delle patate di Avezzano arrosto saporite e cotte alla perfezione. Mi accorgo solo a questo punto di non aver toccato il pane; non ne ho avuto alcun bisogno.
Al dolce, infatti, arriviamo tutti satolli, ma nessuno può, né vuole, fare a meno di assaggiare i biscottini al vino, i tozzetti alla nocciola, croccanti al punto giusto e i biscotti di pan di zenzero alla cannella. Spazzoliamo alla perfezione il vassoietto che ci viene portato in tavola.
Fosse dipeso solo da me, mi sarei volentieri trattenuto ancora un po nell'ambiente caldo e accogliente della cantina, ma i bambini scalpitano, sono insofferenti, e dobbiamo andare. Ma lo faccio solo dopo il caffé.
Si conclude così, piacevolmente, una bella, intensa esperienza eno-gastronomica; una passeggiata nelle bontà di una terra antica, che ricca e abbondante come una cornucopia, non finisce e, grazie a Dio, non finirà mai di sfornare.
E da ripetere anche nelle altre stagioni dell'anno.
Pago il conto, anche questa è una gradita sorpresa natalizia. E' irrisorio per la qualità delle materie prime e per la bontà dei piatti, tutti abbondanti e eccellenti.
Prima di andare via faccio una rapida visita al meraviglioso terrazzo del ristorante, dal quale si gode una vista mozzafiato su tutta la Valle di Comino. E' doverosa e devo pure scattare qualche foto che sicuramente finirà nel mio prossimo libro, probabilmente una di esse andrà a nobilitare la copertina.
Vado a salutare Patrizia e tutto lo staff.


Quattro chiacchiere con la mia cara e coraggiosa amica Patrizia sono sempre poche.
Parliamo di alcuni impegni personali, di alcuni progetti paesologici comuni e ci promettiamo di rivederci presto. Qualcosa mi dice che anche stavolta la promessa sarà onorata.
Ma non potrei andarmene da Atina senza chiederle una confezione di Fagioli Cannellini di Atina Dop che prego di inserire nel conto, ma che lei, fermissima, mi offre in gentilissimo e inaspettato omaggio (inaspettato per me, non per il bel personaggio che è lei) e che io, pur recalcitrante, accetto, insieme a un bel bacio e a un caldo abbraccio. In quei gesti non leggo la cerimonia, nè l'ipocrisia che oggi va tanto di moda: in essi è racchiusa tutta l'umanità e l'ospitalità che gli abitanti di queste terre sanno offrire ai loro ospiti, viandanti come me.


Una sosta di pura devozione è doverosa davanti alla meravigliosa e antichissima Posterula romana, salvata miracolosamente da un improvvido quanto frettoloso tentativo di abbattimento, di cui porta ancora i segni. Resta la testimonianza imperitura che, con tutta probabilità, hanno ragione gli abitanti di questi posti: la Atina Potens (di virgiliana memoria) è sorta prima della eterna Roma Caput Mundi.

rgiliana

Vado via da Atina e dalla Valle di Comino accompagnato dalla mestizia che mi coglie ogni volta che ci metto piede. Fortuna che è sempre stemperata dalla certezza che ci tornerò molto presto.  

smr